venerdì 1 dicembre 2017

BLACK REBEL MOTORCYCLE CLUB @ FABRIQUE (MI)



Il concerto dei Black Rebel Motorcycle Club al Fabrique (ahimè unica data italiana per chi non ha potuto esserci), è stato uno spettacolo incredibile. E si potrebbe chiudere qui con un “arrivederci e a presto” al prossimo appuntamento, pronti a respirare altra musica e nuove vibrazioni. Ma l’eccitazione post concerto è talmente fuori controllo che non si può non chiacchierarne in maniera più articolata e soprattutto di pancia.


Il power trio composto da Peter Hayes, Robert Levon Been e Leah Shapiro si presenta sul palco alle 21,30 spaccate come un soffio ultraterreno: prima non c’era nulla, poi da una coltre di fumo (costante della serata) e 4 luci in croce spuntano loro, ognuno al proprio posto senza fronzoli né presentazioni di rito. Parte così Little Thing Gone Wild, traccia estratta dal nuovo album Wrong Creatures in uscita a Gennaio, ed inizia anche il viaggio acido targato BRMC. Per ben 2 ore la band di San Francisco ci guida nei meandri anfetamici del suo personalissimo suono: ipnotico, martellante, marziale, sulfureo senza un minuto di pausa esistenziale. Le tracce vengono dilatate, reimpastate e proposte al pubblico come un bolo caldo, saporito, differente dal solito eppure performante in quello che sarà un set scheletrico, minimale, eccezionale.


Sfilano ben 24 canzoni sul palco divise idealmente in 2 tempi scanditi da un breve intervallo acustico in solo, di Robert e Peter rispettivamente, che immobilizza il tempo e lo spazio permettendoci il primo respiro regolare.


I Black Rebel Motorcycle Club sono davvero una band tosta e, con ogni probabilità, l’unica che senza effetti speciali e visuals riesce ancora a creare un’atmosfera sospesa, a volte delicata come un blues sghembo, a volte lancinante e implacabile come il drummin di Leah Shapiro. Semplicemente non c’è bisogno di trucchi e parrucchi quando si sanno scrivere canzoni che poi suoni con un’intensità fuori dal comune e soprattutto senza paragoni con gli emuli contemporanei.


E proprio all’incedere implacabile della batteria di Leah si aggrappano basso e chitarra in un crescendo che partorisce tutte le “hit” o meglio quel che tutti volevano ascoltare nel pit: Conscience KillerLove BurnsBeat The Devil’s TattoSpread Your LoveSix Barrel Shotgun666 ConducerShuffle Your Feet e le nuovissime King Of BonesCarried From The Start e Question Of Faith tra le altre, trascurando però in maniera inspiegabile un buon album come Specter At The Feast.


Il tempo fugge impietoso, il pubblico piuttosto numeroso e composto freme, l’audio è ottimo così come la compagnia, ma c’è ancora tempo per un paio di bis tenuti in caldo per il doveroso saluto finale: ecco allora scivolare via Red Eyes And Tears e finalmente Whatever Happened To My Rock ‘N’ Roll, vera chicca pre natalizia, suonata in una devastante versione psichedelica che ci regala pure lo stage diving di Robert Levon Been a coronamento di un serata in tutto e per tutto indimenticabile.











mercoledì 18 ottobre 2017

COCKROACHES: "REST IN PIECES" (Area Pirata, Cd 2017)


"Rest In Pieces" è l'album giusto al momento giusto.
O meglio, si avvicina Halloween e la manciata di pezzi che i Cockroaches ci lanciano addosso come sanpietrini, e non perchè siamo bellissimi, incarna la colonna sonora ideale per una notte oscura di balli sciolti ed epilettici.
Psychobilly in your face con un piglio energetico e saturo che recupera il meglio dal passato, superandosi nella reinterpretazione dei classici 3 accordi con perizia, intelligenza e un'attitudine punk/grandguignolesca assai lontana dall'essere stucchevole e ripetitiva e che rappresenta il vero plus dell'album.
Insomma i kids di Roma, ormai quartetto super rodato, buttano sul piatto un upgrade assai "contemporaneo" del genere, al punto tale che non sfigurerebbe in nessuna Battle of the Garage in giro per l'Europa.
Le grafiche dell'album sono accurate e super stilose, il background acclarato fin dall'intro, l'interpretazione sull'orlo dell'esaurimento nervoso di Bandido Maldito è la ciliegina sulla zucca sanguinante: "Rest In Pieces" si rivela dunque un secondo lavoro completo e ben orchestrato in tutte le sue sfumature, featuring compresi, grazie al puntuale apporto strumentale di Mr.Hyde (batteria), Greri (chiattarra) e Labanero (basso).
Pioggia di sangue (farlocco) assicurata e divertimento a go go con gli Scarafaggi aka Cockroaches.






Davide Monteverdi



venerdì 13 ottobre 2017

SUB POP PACK REVUE #01


I Downtown Boys sono una vera bomba ad orologeria.
O meglio il loro "Cost Of Living" deflagra già dall'intro di "A Wall" e così via per tutte le tracce di questo primo lavoro marchiato Sub Pop.
Cantate, urlate, scagliate in your face una per una dalla poderosa voce di Victoria Ruiz.
Sorta di avanguardia sonica e iperpoliticizzata del quintetto di Providence capitanato dal polistrumentista Joey LaNeve DeFrancesco.
Produce e mixa Guy Picciotto e per me potremmo chiudere anche qui.
L'ex Fugazi infatti dona rotondità ed ordine all'impellenza della musica, disegnandola perfettamente intorno alle liriche di pura protesta sociopolitica, trasformando il caos in un ordinato manifesto di sopravvivenza urbano e contemporaneo.
Non facilissimo al primo ascolto "Coast Of Living", poi via via godibile e penetrante fin nei recessi dell'anima.
Insomma un pò Fucked Up, un pò X Ray Spex, un pò Fugazi.
E quando entra il sax di Joe DeGeorge tutto acquista definizione e spessore artistico.
35 minuti scarsi di schiaffi in faccia ben piazzati.






La Sub Pop non sbaglia un colpo nella pianificazione delle sue uscite discografiche ed anche per il 3° lavoro dei Metz riceviamo da Seattle l'ennesima conferma: il sodalizio con il power trio di base a Toronto continua il suo percorso creativo all'insegna della schizofrenia musicale più imprevedibile, e alla faccia di qualsiasi mercato orientato al fighettismo.
I Metz pestano sì come fabbri, ma si rivelano professionisti scafati nel fondere istanze post tutto: post punk, post hardcore, post wave.
Difficili eppure immediati nel loro impasto di liriche e rumore, rivendicazioni e iconoclastia.
Se all'equazione basica aggiungete poi la variabile impazzita al mixer, e che di nome fa Steve Albini, il messaggio arriverà ancora più forte e chiaro, "Strange Peace" è un'arma da maneggiare con prudenza.
Un muro granitico i cui 11 monoliti sono assemblati con grande sagacia e maturità.
Tra Wire, Jesus Lizard, Shellac, Gun Club e pochi altri in un continuum spazio/tempo che  affascina e disturba in ugual misura.







Davide Monteverdi.


martedì 3 ottobre 2017

LALI PUNA: "TWO WINDOWS" (Morr Music, cd 2017)


Si è presa un pò di tempo Valerie Trebeliahr per licenziare "Two Windows", 7 anni dal precedente "Our Inventions" possono sembrare un'infinità nel 21° secolo, e soprattutto per curarne la gestazione ancora una volta per la fidata Morr Music dopo la doppia, sofferta, separazione da Markus Archer (Notwist), compagno di vita e membro di un certo peso all'interno della band.
Nonostante tutto la compagine di Monaco impatta discretamente nel 2017, regalandoci un 5° album teso al ritmo, al rinnovamento graduale mantenendo però uno sguardo attento alle origini.
Scorrendo la tracklist e le note informative non passano certo inosservate le prestigiose collaborazioni, vecchie e nuove, che hanno dato il La a una parte consistente del nuovo corso: Dntel, Radioactive Man, Mary Lattimore e MimiCof tutti con una traccia a testa.
Sempre di Indietronica si tratta, delizioso e desueto vocabolo anni 2000, dai canoni estetici meno rarefatti e sussurrati rispetto ai lavori precedenti: un'evoluzione che sorprenderà in positivo i fan dei Lali Puna lasciando piuttosto tiepidi tutti gli altri, quelli che per intenderci si avvicinano a queste atmosfere in cerca di un feedback immediato.
"Two Windows" infatti è sì gradevole, di facile ascolto, concettualmente leggero e solare, ma passa via senza incidere realmente, senza mordere lo spirito e/o il cervello.
Certo, sono minuti di svago orizzontale  quelli che scorrono con "Two Windows", "The Frame", "Her Daily Blank", "Byrds Flying High" e la cover versions di "The Bucket" (Kings Of Leon), ma che regalano un retrogusto di persistente insoddisfazione. Un mix letale tra "il fuori tempo massimo" di una progetto come "Two Windows" e la forma muzak di molte sue tracce, una sorta di tappezzeria senza contesti ben precisi cui adattarsi.
Probabilmente ci vorranno altri 7 anni per ottenere risposte sensate a questi arcani, magari con il 6° album di Valerie & Co. Nel frattempo sopravviveremo comunque, e bene, nonostante i Lali Puna e l'inquieta  Morr generation.








Davide Monteverdi